Dopo il trionfo del 2025, il campione britannico del team ASICS Tom Evans è tornato a Chamonix. Senza pettorale, ma con la stessa sete di vittoria
di Manuela Barbieri
Ve la ricordate questa foto al traguardo dell’UTMB? È il fotogramma di una gioia incontenibile, diventato il simbolo dello scorso UTMB. Infangato ma felice, Tom Evans ha festeggiato così la sua vittoria. Ma cosa c’èra davvero dietro a quel sorriso e quel gesto liberatorio ce lo ha raccontato un anno dopo, sempre a Chamonix. C’erano i chilometri al buio sotto la pioggia battente, la disciplina ferrea frutto del suo passato militare e la tenacia di chi, al quarto tentativo, rifiuta di arrendersi. Soprattutto se sai che ad attenderti al traguardo, oltre alla gloria, c’è una bellissima bambina di pochi mesi, inconsapevole che quel papà tutto sporco di fango è un grande campione che ha appena scritto una pagina di storia.
Come ci si sente a essere a Chamonix da campione in carica dell’UTMB, ma senza gareggiare?
Prendermi un anno di pausa mi sta dando l’opportunità di dedicare più tempo alla community e ai brand partner, vivendo la settimana con ritmi decisamente più rilassati. Invece di rimanere chiuso in camera concentrato esclusivamente sulla prestazione, posso vivere appieno l’atmosfera unica di Chamonix. È un’esperienza che mi sta dando ancora più motivazione in vista del prossimo anno.
Qual è stato il momento migliore e quello più difficile dell’UTMB 2025?
Il momento più bello è stato senza dubbio quando ho tagliato il traguardo. È stato un momento davvero speciale, soprattutto dopo tanti mesi, anzi anni, di sacrifici e duro lavoro per arrivare fin lì. Il momento peggiore, invece, è stato quando ho sentito la prima goccia di pioggia sulla pelle. In quell’istante ho capito che mi aspettava una notte infinitamente lunga e complessa, perché il maltempo, purtroppo, complica tutto. Sentire quella prima goccia è stato per me un duro colpo.
Il meteo è stato un fattore chiave durante l’UTMB 2025: come ti alleni per essere pronto in qualsiasi condizione metereologica?
La chiave sta nella preparazione minuziosa dell’equipaggiamento e dello zaino. Organizzo il materiale in modo metodico, sia in allenamento che in gara. So esattamente dove si trova ogni cosa, a memoria: la giacca a destra, sul retro, i pantaloni impermeabili a sinistra; il kit di emergenza, la coperta termica e il telefono davanti, su un lato, mentre guanti e berretto sono sull’altro. Quando il materiale è organizzato secondo una logica precisa, la gestione diventa un automatismo. Appena inizia a piovere, indosso subito giacca e guanti per preservare il calore corporeo. Se ci si lascia sorprendere dal freddo, la situazione può precipitare rapidamente. Molti atleti non dedicano sufficiente attenzione a questo aspetto e vanno in crisi; per me, invece, la priorità è semplificare al massimo ogni operazione nel momento del bisogno.
Gran parte dell’UTMB si corre di notte: come gestisci la corsa al buio? Hai una tua strategia?
Il mio passato nell’esercito, dove ho trascorso moltissimo tempo sul campo di notte al buio totale, mi aiuta molto: correre con una lampada frontale, per me, è ora quasi un lusso. Nelle prime ore della notte utilizzo una luce a bassa intensità. Riservo la massima potenza luminosa, invece, per le ore finali, quando subentra la fatica, è più facile per i miei occhi e il mio cervello. A questo affianco l’integrazione di caffeina e una conoscenza approfondita dell’attrezzatura: so con precisione quanti minuti dura una batteria a ogni livello di intensità luminosa. È un lavoro di routine apparentemente noioso, ma è ciò che mi permette di ottenere questi risultati.

Dove ti alleni?
Solitamente trascorro circa due mesi all’anno sulle Alpi, uno sui Pirenei e uno alle Isole Canarie, quindi mi alleno principalmente in Europa. Negli ultimi tempi, però, la mia vita è cambiata: ho una figlia di 15 mesi e oggi per me è prioritario trovare il giusto equilibrio tra gli impegni sportivi e la vita familiare, integrando le sessioni di allenamento con il tempo trascorso a casa insieme alla mia famiglia.
Tu hai vinto sia l’UTMB che la Western States, le due gare più importanti: quanto sono diverse tra di loro?
La Western States è una competizione di pura corsa: è molto veloce, si corre con temperature elevate e non richiede particolari doti tecniche. Non occorre utilizzare i bastoncini e uno zaino, e soprattutto non si corre di notte. L’UTMB è una sfida completamente diversa: richiede anche doti da escursionista, oltre la gestione della notte e di un equipaggiamento più articolato. Inoltre, dura circa sei ore in più – quasi il 40% di tempo in più – e questo comporta un approccio alla gestione nutrizionale e termica completamente differente. Anche la preparazione e il percorso per arrivare alla vittoria sono stati molto diversi. La Western States è stata più semplice da preparare e sono riuscito a vincerla al secondo tentativo. L’UTMB, invece, ha richiesto quattro tentativi e due anni in più di delusioni. Proprio per questo, però, la vittoria finale è stata ancora più gratificante.
Chi è il tuo rivale più duro e chi, invece, il tuo migliore amico nella community del trail running?
Il mio rivale più duro sono io. È facile diventare molto competitivi con sé stessi e voler vincere sempre di più. La persona con cui preferisco trascorrere il tempo sui sentieri, invece, è mia moglie. Anche lei è un’atleta professionista, nel triathlon, e condivide la mia stessa passione per il trail running. Allenarmi con lei sui sentieri è sempre un’esperienza fantastica.
Sei coinvolto nello sviluppo dei prodotti ASICS?
Sì, svolgo un ruolo molto attivo. Essendo io a dover utilizzare i materiali nelle condizioni più estreme, sia in gara che in allenamento, per me è fondamentale testarli prima sul campo e contribuire a migliorarli sempre di più. Più la collaborazione con il team di design di ASICS è stretta e continuativa, più la qualità finale di calzature e abbigliamento si alza. Lavoriamo fianco a fianco con un obiettivo preciso: portare sul mercato il miglior prodotto possibile.
Cosa ne pensi dell’eventualità che il trail running diventi uno sport olimpico?
Se il nostro movimento continuerà a crescere a questi ritmi, credo sia un passaggio naturale. Sarebbe una vetrina straordinaria per una disciplina che amo, a patto però che non se ne snaturi l’essenza: è fondamentale preservarne le origini, l’etica e i valori tradizionali. Penso a quanto è accaduto con lo scialpinismo alle ultime Olimpiadi invernali e credo che anche per il trail running potrebbero emergere gli stessi interrogativi: quale formato scegliere? Un chilometro verticale o una gara ultra? Su quali terreni? E con quale tipo di regia televisiva? Sono questioni complesse. Il rischio di commettere degli errori al debutto esiste, mi auguro però che i comitati sportivi sappiano ascoltare e coinvolgere la community del trail. Solo così sarà possibile costruire un format che rispetti l’identità di questo sport meraviglioso.