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“C’è Da Fare” corre con Karhu: intervista ai fondatori Paolo Kessisoglu e Silvia Rocchi

29 Gennaio 2025

Karhu ha sostenuto “C’è Da Fare”riunendo la sua prima running community lo scorso 5 dicembre presso il Karhu Lab, negli spazi di Green Media Lab e MagNet a Milano. Abbiamo intervistato i fondatori Paolo Kessisoglu e Silvia Rocchi

_di Cristina Turini

Per il secondo anno consecutivo Karhu sarà presente alla Milano Marathon a sostegno di “C’è Da Fare”, l’organizzazione senza scopo di lucro fondata da Paolo Kessisoglu e Silvia Rocchi, che si impegna attivamente nel supportare progetti a favore di giovani adolescenti in difficoltà dal punto di vista psicologico e psichiatrico, promuovendo la solidarietà e la sensibilizzazione su tematiche importanti e ancora poco trattate.

Per l’occasione, e per offrire un allenamento a tutti coloro che si preparano all’evento benefico, il brand ha riunito, lo scorso 5 dicembre, la sua running community per la prima volta a Milano, presso il Karhu Lab negli spazi di Green Media Lab e MagNet. L’evento ha riunito un nutrito numero di runner che hanno partecipato con una donazione. La serata è iniziata con un intervento di Paolo Kessisoglu, che ha illustrato le attività di “C’è Da Fare”. A seguire, i partecipanti hanno condiviso una run di 40 minuti, seguita da un aperitivo con bruschette e panettone. A supportare l’iniziativa c’erano anche Alba Optics, il negozio specializzato Hey Run di Melegnano, Wami Water, Di Molfetta Frantoiani e naturalmente tutta la redazione di Running Magazine.

Intervista a Paolo Kessisoglu e Silvia Rocchi

Come è nata l’idea di fondare “C’è Da Fare”? Qual è stata la motivazione principale che vi ha spinto a creare quest’associazione?

Paolo: l’associazione è nata sulla scia di un progetto che avevamo già fatto in passato sugli adolescenti, appoggiandoci a una piccola realtà creata da amici. Il riscontro che avevamo avuto sulla raccolta fondi ci ha stimolato a costruire qualcosa di nostro. In quel momento sapevamo che i dati sulla sofferenza degli adolescenti erano in forte crescita e le relazioni con gli ospedali che avevamo già avviato in precedenza, sono diventate più strette. Quindi abbiamo pensato di gestire direttamente noi il portafoglio delle nostre raccolte e di diventare una realtà con forma giuridica più solida. Del resto ci occupiamo di problematiche strettamente legate alla nostra epoca.

Silvia: siamo genitori di adolescenti e anche i nostri amici hanno figli in questa età critica, sono temi che sentiamo davvero nostri. I ragazzi fanno emergere la loro sofferenza con manifestazioni che spesso non conosciamo e non sappiamo come gestire. Anche l’assistenza che la sanità pubblica è in grado di offrire è sottodimensionata rispetto alla richiesta. Gli accessi dei giovani ai pronto soccorso sono triplicati rispetto a qualche anno fa, per esempio. Ultimamente c’è una presa di coscienza rispetto a questo malessere e i dati parlano chiaro: il suicidio è la seconda causa di morte in Europa tra gli under 25 dopo gli incidenti stradali. Inoltre, i disturbi legati al comportamento alimentare e all’autolesionismo hanno un trend di crescita spaventoso. Di fronte a tutto questo ci siamo resi conto che qualcosa “c’è da fare”.

In che modo “C’è da Fare” cerca di rispondere alle esigenze dei ragazzi in condizioni di disagio?

Paolo: in molti modi. Raccogliendo fondi e gestendoli direttamente creando progetti. Per adesso copriamo il territorio di Milano e Genova. Cerchiamo di replicare il format che abbiamo avviato un anno fa con l’ospedale Niguarda in altre tre realtà pubbliche: a Roma, Torino e nel bellunese. Seguiamo direttamente i progetti chiedendo report puntuali. Diciamo che “siamo sul pezzo”. Per raccogliere fondi creiamo eventi sportivi come la staffetta della Milano Marathon, appuntamenti culturali come spettacoli teatrali, attività più glamour e di socialità come charity dinner con aste. E poi facciamo divulgazione; abbiamo un sito internet costantemente aggiornato e un profilo Instagram molto vivo.

Com’è cambiato il vostro approccio alla vita da quando avete sposato questa causa?

Silvia: è stato stravolto. “C’è Da Fare” è un po’ come un figlio, perché ci ha assorbito completamente. Poi noi svolgiamo un altro lavoro, questa dell’associazione è un’attività che ci impegna come volontari per ora. Ma siamo completamente assorbiti da questo progetto. Pensavamo di fare un paio di eventi all’anno e seguire qualche attività, invece siamo coinvolti tutti i giorni, stiamo dedicando tantissime energie ma ne stiamo anche ricevendo tante, e questo è ciò che ci dà la spinta a proseguire. Ci sono tante persone che sposano la nostra causa, Karhu ne è un esempio. Veniamo costantemente sostenuti e spinti a fare sempre di più.

Paolo: questo progetto ci è piacevolmente scappato di mano. In un anno e mezzo abbiamo raccolto 500 mila euro. Non lo avremmo mai immaginato! Evidentemente il problema è sentito e noi siamo stati anche bravi nella gestione di tutto.

Com’è nata la partnership con Karhu e quali iniziative prevedete di fare insieme?

Paolo: con Enrico (Arese) ci siamo conosciuti a una pedalata in Toscana e ci siamo piaciuti subito. La prima collaborazione è arrivata con la Relay Marathon di Milano del 2024. Da allora è nato un connubio e un’empatia anche umana. Dopo l’esperienza della staffetta Enrico ha espresso il desiderio di voler collaborare con noi in modo più continuativo. Saremo quindi ancora insieme al Charity Program della Milano Marathon 2025 e poi faremo altre collaborazioni.

Silvia: lanceremo insieme la Run The Night che si terrà a Cuneo a fine giugno, una corsa notturna con tre distanze.

Cosa pensate che ognuno di noi possa fare nel suo piccolo per contribuire a cause come la vostra? Da genitore chiedo: c’è un modo giusto per stare vicino agli adolescenti nella vita di tutti i giorni?

Paolo: informarsi innanzitutto, non cercare di capire tutto e accettare quello che viene, perché la cosa più difficile in certe situazioni è comprendere che certe cose si devono accogliere, ovviamente con tutte le contro misure: non è colpa di nessuno, o forse è colpa di tutto. Bisogna vederlo come un percorso della vita e affrontarlo come tale. Di solito i ragazzi non cercano risposte, cercano di stare meglio, e per questo a volte basta un abbraccio.

Silvia: ascoltare i ragazzi e abbracciarli nelle difficoltà che hanno è fondamentale, cercando di non abbassare mai la guardia. Noi genitori una formula magica la vorremmo, ma ahimè non esiste. E quindi spesso invece di cercare a tutti costi una soluzione, a volte è meglio vivere il momento standogli semplicemente vicini.

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